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giovedì 8 gennaio 2026

Chi guida chi, e con quali certezze

Da qualche tempo noto un crescendo di persone che sentono il bisogno di proporsi come guide per gli altri: coach, mentori, guru di vario tipo. Mi chiedo se non stia diventando una moda, quasi una scorciatoia identitaria, e se in questo slancio non ci sia anche una certa sopravvalutazione delle proprie capacità. Come se l’aver attraversato alcune esperienze, superato un momento difficile o maturato una consapevolezza personale bastasse a legittimare il ruolo di chi accompagna gli altri nel loro percorso. Ma vivere qualcosa e saper aiutare qualcuno a viverla sono due cose profondamente diverse.

Ho l’impressione che spesso si confonda l’elaborazione della propria storia con un sapere universale, applicabile a chiunque. Eppure ogni persona è un intreccio unico di vissuti, limiti, risorse e contesti; pensare che esistano formule valide per tutti è una semplificazione che può diventare persino dannosa. Accompagnare davvero qualcuno richiede ascolto, competenze, senso del limite, e soprattutto la capacità di non proiettare sull’altro le proprie soluzioni, le proprie ferite, le proprie verità.

C’è anche qualcosa di più sottile che mi interroga: il ruolo di coach o di guida offre riconoscimento, visibilità, una posizione simbolicamente elevata. In un tempo in cui l’identità è fragile e il bisogno di sentirsi significativi è forte, aiutare gli altri può diventare, consapevolmente o meno, un modo per sentirsi centrali, necessari, speciali. Non sempre è malafede; a volte è una forma di narcisismo “buono”, mascherato da desiderio di aiutare.

Mi preoccupa poi la facilità con cui certi messaggi circolano: tutto è questione di mindset, se vuoi puoi, se non funziona è perché non ci credi abbastanza. Sono frasi seducenti, rassicuranti nella loro semplicità, ma spesso ignorano la complessità della vita reale, il peso dei condizionamenti, delle ferite, delle condizioni di partenza. E così il rischio è duplice: chi guida finisce per credere troppo nelle proprie certezze, chi segue per sentirsi in colpa quando quelle promesse non si realizzano.

So bene che non tutto è da respingere: esistono persone serie, preparate, capaci di lavorare con umiltà e rispetto, che sanno stare accanto senza imporsi e che riconoscono quando è il momento di fare un passo indietro. Ma ho l’impressione che siano meno visibili, meno rumorose di chi vende risposte facili. Forse, in fondo, quello che sto osservando non è solo una moda professionale, ma un segnale più ampio: una grande fame di senso, che genera tanto il bisogno di essere guidati quanto l’impulso di proporsi come guida. Ed è proprio per questo che sento necessario mantenere uno sguardo critico, vigile, anche quando l’aiuto si presenta con le migliori intenzioni.


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