Da
qualche tempo noto un crescendo di persone che sentono il bisogno di proporsi
come guide per gli altri: coach, mentori, guru di vario tipo. Mi chiedo se non
stia diventando una moda, quasi una scorciatoia identitaria, e se in questo
slancio non ci sia anche una certa sopravvalutazione delle proprie capacità.
Come se l’aver attraversato alcune esperienze, superato un momento difficile o
maturato una consapevolezza personale bastasse a legittimare il ruolo di chi
accompagna gli altri nel loro percorso. Ma vivere qualcosa e saper aiutare
qualcuno a viverla sono due cose profondamente diverse.
Ho
l’impressione che spesso si confonda l’elaborazione della propria storia con un
sapere universale, applicabile a chiunque. Eppure ogni persona è un intreccio
unico di vissuti, limiti, risorse e contesti; pensare che esistano formule
valide per tutti è una semplificazione che può diventare persino dannosa.
Accompagnare davvero qualcuno richiede ascolto, competenze, senso del limite, e
soprattutto la capacità di non proiettare sull’altro le proprie soluzioni, le
proprie ferite, le proprie verità.
C’è
anche qualcosa di più sottile che mi interroga: il ruolo di coach o di guida
offre riconoscimento, visibilità, una posizione simbolicamente elevata. In un
tempo in cui l’identità è fragile e il bisogno di sentirsi significativi è
forte, aiutare gli altri può diventare, consapevolmente o meno, un modo per
sentirsi centrali, necessari, speciali. Non sempre è malafede; a volte è una
forma di narcisismo “buono”, mascherato da desiderio di aiutare.
Mi
preoccupa poi la facilità con cui certi messaggi circolano: tutto è questione
di mindset, se vuoi puoi, se non funziona è perché non ci credi abbastanza.
Sono frasi seducenti, rassicuranti nella loro semplicità, ma spesso ignorano la
complessità della vita reale, il peso dei condizionamenti, delle ferite, delle
condizioni di partenza. E così il rischio è duplice: chi guida finisce per
credere troppo nelle proprie certezze, chi segue per sentirsi in colpa quando
quelle promesse non si realizzano.
So
bene che non tutto è da respingere: esistono persone serie, preparate, capaci
di lavorare con umiltà e rispetto, che sanno stare accanto senza imporsi e che
riconoscono quando è il momento di fare un passo indietro. Ma ho l’impressione
che siano meno visibili, meno rumorose di chi vende risposte facili. Forse, in
fondo, quello che sto osservando non è solo una moda professionale, ma un
segnale più ampio: una grande fame di senso, che genera tanto il bisogno di
essere guidati quanto l’impulso di proporsi come guida. Ed è proprio per questo
che sento necessario mantenere uno sguardo critico, vigile, anche quando
l’aiuto si presenta con le migliori intenzioni.
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