I miei genitori hanno un armadio a tre ante, nemmeno tanto alto. Mia madre ne occupa due con tutto il suo guardaroba, estate e inverno insieme. Mio padre ne ha una, persino mezza vuota. Non fanno mai il cambio di stagione.
Io invece, due volte l’anno, tiro fuori scatole, sposto vestiti e ritrovo cose che non ho mai messo. Eppure faccio fatica a liberarmene: potrebbero servirmi, magari le indosserò, oppure ci sono affezionata. Così le rimetto via, in attesa della stagione successiva.
Guardando l’armadio dei miei genitori, mi sono chiesta di quanti vestiti abbia davvero bisogno. Loro indossano quello che hanno, lo lavano e lo rimettono. Io invece continuo a conservare cose che non uso, come se un giorno potessero tornarmi utili.
Ma quante di quelle cose mi servono davvero? E quante tengo soltanto perché faccio fatica a lasciarle andare?
Forse non vale solo per i vestiti. Vale anche per ciò che porto dentro.
Ci sono ricordi che voglio custodire, ma anche pensieri che mi appesantiscono, paure che non mi servono più, rancori e delusioni che continuo a trascinarmi dietro. Come quei vestiti nell’armadio, li conservo anche quando non hanno più posto nella mia vita.
Forse dovrei imparare a fare spazio anche dentro di me. Non per riempirlo con qualcosa di nuovo, ma per alleggerirmi di ciò che non ho più bisogno di portare con me.
E forse è proprio quell’anta mezza vuota di mio padre a farmi pensare che lo spazio non sia qualcosa da riempire a tutti i costi.
Anche il vuoto ha un valore. Lasciare uno spazio libero non significa necessariamente rinunciare a qualcosa. A volte significa semplicemente concedermi di respirare.

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